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senza scuorno alcuno
Non avrei mai pensato che Mike Bongiorno potesse lasciarci: per me (e credo per molti italiani come me, anche diversi per età, origini geografiche, formazione culturale) ha rappresentato qualcosa di più di un celebre personaggio televisivo, un’idea oggettivata intrinseca al concetto di televisione, necessaria alla sua essenza stessa al pari del video, dell’audio, delle antenne, dei ripetitori, delle trasmissioni,e quindi immortale. Sarebbe stata la stessa la Tv senza Mike Bongiorno? Sarebbe stata la stessa l’Italia senza la Tv? Mi permetto di dire un secco “NO”. Per noi nati alla fine degli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80, Mike Bongiorno significa Fininvest, significa Mediaset, significa programmi storici come Bis, Superflash, Telemike, Pentathlon, quando Silvio Berlusconi era solo il Cavaliere delle Tv private, capace di offrire un’importante alternativa commerciale ad una Rai-Tv ormai demodé, imbrigliata nel suo partitismo e dal suo clericalismo. In una società semplice, ancora lontana dalla comunicazione orizzontale e virologica dei nuovi media, l’agenda era settata dallo scorrere puntuale e periodico delle trasmissioni ed il giovedì sera veniva sempre a trovarmi questo distinto signore, dai capelli cotonati e dagli occhialoni squadrati, premuroso e allo stesso tempo severo, dallo stile a volte avveniristico a volte retrò, e io lo aspettavo con trepidazione come si aspetta un vecchio zio che torna a casa dopo essere emigrato per anni a far fortuna in America. Ma la storia di Mike è molto più grande di tutto ciò. Erano gli anni ’50 e l’Italia usciva con le membra maciullate da una guerra che molti avevano voluto e che tutti avevano pagato a caro prezzo: la voglia di ripartire al suono roboante del grande “Boom” economico era forte, come forte era l’eco (con la e minuscola, nome comune di cosa e non nome proprio) delle tendenze provenienti dagli Stati Uniti. Mike, figlio di un cittadino americano di origini siciliane e di una donna piemontese, dopo aver contribuito in modo importante alla logistica della Resistenza, dopo essere stato prigioniero nei campi di concentramento nazisti, e dopo essere liberato per tornare negli Usa a lavorare in un’emittente radiofonica, fu chiamato per volere di Vittorio Veltroni, uno dei padri della televisione italiana e padre di Walter, dalla Rai, nata dalla ceneri dell’Eiar, che ben presto avrebbe iniziato, oltre alle trasmissioni radiofoniche, anche le trasmissioni televisive. “Lascia o raddoppia”, quiz televisivo trasmesso dal 1955 al 1959, segnò un’epoca: un appuntamento fisso per la laboriosa Italia del “Boom”, che costrinse i cinema a sostituire le proiezioni filmiche del giovedì sera con i televisori, ancora troppo costosi per entrare in tutte le case, che riempiva i bar e i luoghi pubblici che ne permettevano la visione. Bongiorno, testimonial di un Paese che voleva lasciarsi dietro il lutto, riuscì in pochi anni a fare ciò che quasi cent’anni di governi nazionali (savoiardi, fascisti e democristiani) avevano disatteso: insegnare la lingua italiana agli italiani. Dante ne avrà anche tracciato le linee guida, Manzoni la avrà anche unificata “lavando tutti i cenci in Arno”, ma Mike è riuscito ad insegnarla agli italiani, a dare un’identità linguistica, e quindi culturale, ad una nazione sfasciata, ad essere il primo in tantissime case dell’Italia agraria e contadina a non parlare il dialetto, ma una lingua unificata ed unificante da Salò a Salerno, da Bolzano a Lampedusa. Certo il suo non era l’Italiano aulico, ma quello che oggi si definirebbe un “Basic Italian”, un italiano di base che preferiva coniugare i verbi all’indicativo imperfetto piuttosto che al congiuntivo. Ciò avrebbe fatto storcere il naso a diversi soloni della intellighenzia nazionale, e soprattutto ad uno fra questi che, dimentico di ogni scritto gramsciano sul concetto di nazional-popolare e di essere stato uno degli autori dei primi programmi di Bongiorno, rintracciò le radici profonde del successo di questo personaggio nella sua "mediocrità assoluta" grazie alla quale “lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti” (“Fenomenologia di Mike Bongiorno”, Umberto Eco, da “Diario Minimo”, 1963). Ma tutti hanno dei limiti, soprattutto chi, dopo aver elaborato per anni autoreferenziali teorie sulla comunicazione, ai propri occhi avveniristiche, ma considerate scontate e prevedibili da chi, oltre oceano, la comunicazione l’ha inventata, è riuscito ad autoriciclarsi quale omofobo e misogino scribacchino di pamphlet dalle alte tirature, come se la “mediocrità assoluta” delle masse fosse una specie di retrovirus che si attiva accendendo la Tv e si disattiva quando si entra in libreria. Ed anche Mike aveva dei limiti, certo, ma non l’ha mai nascosto; anzi, da grande uomo pubblico quale egli era, ci scherzava sopra con grande autoironia, anticamera diretta della libertà, concetto prezioso per chi è stato partigiano, per chi è sopravvissuto ai campi di concentramento, per chi è stato accolto con enorme piacere in ogni casa d’Italia. Mi stanno passando davanti agli occhi, pieni di lacrime, numerosi frames di trasmissioni di Mike, le scenografie, i pulsanti, la busta numero 1, 2 o 3, la Lines, la Knorr, il prosciutto cotto Rovagnati, la sua entrata in scena, il rito laico della resurrezione che annunziava l’“Allegria” togliendo gli occhiali in segno di saluto e rispetto. Fra pochi giorni sarebbe dovuto iniziare sulla piattaforma satellitare Sky un nuovo quiz di Mike (il “Riskytutto”) e fra pochi mesi diventerò padre: l’unico rimpianto è che mio figlio non potrà mai conoscere uno dei migliori amici del suo papà. Grazie Mike, per averci resi migliori.
Ero un po’ restio a scrivere un articolo di commiato (quello che viene cinicamente definito un “coccodrillo”) per Michael Jackson, non tanto per l’importanza (indubbia) del personaggio e per le sue rilevanti interconnessioni, quanto perché già se ne sentivano troppe e perché la mia reazione immediata, prima dell’idea di scrivere qualcosa, era stata quella di una facile, quanto indignitosa, battuta inerente alla sicurezza degli angioletti in Paradiso. Ma non si può by-passare, tout-court, la morte di un artista che con le sue virtù, tante, i suoi vizi, tanti, ha segnato un’epoca e ha emozionato milioni di fan in tutto “quel posto meschino che io chiamo Pianeta Terra”. Gli anni ’80 hanno avuto diverse colonne sonore, tutte sparate ad altissimo volume, ed è, quindi, difficile isolare i vari canali e cogliere quella che trasmetteva a volumi maggiori; gli anni ’80 hanno la fascinosa “transgressione” di Madonna e Boy George, l’efebica mascolinità dei Duran Duran, ma hanno, soprattutto, l’armonia delle movenze feline e della voce perlata di Michael Jackson. Gli anni ’70 erano finiti e le chitarre, da strumento di lotta ideologica, erano diventate strumento di marketing: le generazioni giovani percepivano il concetto di “mondo diviso in due blocchi” come la contrapposizione fra chi preferiva la Coca-Cola e chi preferiva la Pepsi-Cola. Gli assordanti radioloni, con i loro due altoparlanti stereo, venivano sostituiti dai walkman, simbologia fenomenologica e tecnologica che sanciva il passaggio dalla società incentrata sulla massa alla società incentrata sul singolo, eucarestia di un verbo neoliberista predicato da Ronald Reagan e, in surrogato pronto-uso, dalla Tatcher e da Bettino Craxi. In questa società orientata sul marketing, dove tutti, prima che persone, apparivano come consumatori liberi nelle loro decisioni di acquisto, anche gli “elefanti sovietici” attuarono una strategia di “restyling dell’azienda”, sostituendo al vetusto simbolo della falce e martello, il più accattivante logo della voglia rossa sulla fronte di Gorbaciov, ascrivibile più al packaging della Zuppa Campbell di Warhol che ad uno scherzo della natura. Ed in tutto ciò, le soavi note di “Man in the mirror”, uomo allo specchio, come a sottolineare il concetto di doppio, come copia, come contrapposizione, come rimpianto, come rimorso, come opportunità, come sinergia, come stabilità, come instabilità, come compagnia, come solitudine, flusso iperbolico che parte da Dorian Grey ed arriva alle moderne teorie psichiatriche sullo sdoppiamento della personalità, così rilevanti da poter assolvere un imputato a cui tale patologia viene diagnosticata. Una doppiezza che nella carriera, e nella vita, di Michael Jackson non è mai mancata: da ragazzo povero a ricchissimo membro dello star-system, da premuroso amico dell’infanzia disagiata e suo turpe aguzzino, da nero a quasi bianco. Su di lui, sui suoi vizi, sulle sue virtù si sono consumati troppi litri di inchiostro, dai presunti abusi consumati nella sua Neverland, ai diversi, supposti, intrighi politici che lo vedevano ora ucciso dal Ku Klux Klan e rimpiazzato dalla CIA con un sosia al fine di evitare disordini razziali, ora al centro di un possibile attentato orchestrato dalla stessa CIA in collaborazione con la Destra Repubblicana al fine di evitare che un nero, anche se “sbiancatosi”, con la sua popolarità, potesse iniziare una carriera politica che avrebbe potuto portarlo dove un nero, anche se “sbiancatosi”, non dovrebbe mai stare, almeno fino allo scorso gennaio. Michael, fra gli autori e fra i prodotti di un mondo che non esiste più, aveva deciso di accomiatarsi dai suoi fan con 50 concerti di addio programmati per questa estate a Londra: non ne ha avuto il tempo. I fiumi di inchiostro continuano a consumarsi, fra chi sostiene che sia stato stroncato da una potente cura farmacologica attuata per sostenere questo tour londinese, fra chi parla di un tesoro (quantificabile in un miliardo di dollari) di 100 canzoni inedite e di un debito accumulato di 500 milioni di dollari, fra chi ipotizza una finta morte come strategia pubblicitaria, a chi lo immagina su un’isola semideserta (che non compare nemmeno su Google Earth e di proprietà della CIA) in compagnia di Elvis Presley, Marylin Monroe, John Kennedy, James Dean, Bob Marley, Martin Luther King e, alla veneranda età di 120 anni, Adolf Hitler. Io preferisco ricordarlo, semplicemente, come un “Man in a mirror” e, tutto sommato, non mi importa quale sia l’originale e quale il riflesso. Good bye, Michael.



Non ho mai visto Vincenzo Giordano farsi il bagno, ma soltanto prendere il sole seduto su una sdraio in legno e tela arancione davanti alla sua cabina, la numero 1 del lato sinistro del Lido a Mercatello, la spiaggia più “in” di Salerno. Ogni “Springfield” che si rispetti ha il suo “Porto Calamaro” , e Salerno, in attesa che venga costruita la Piazza della Libertà (“eidos platoniano” della “portocalamarosità” ) ha Mercatello: nessuna persona dotata di senno metterebbe l’alluce a bagno nella sua acqua color ruggine (nella migliori delle ipotesi), ma sono ventenni che le famiglie della “Salerno bene” ci mettono in ammollo le loro membra, e quelle dei successori. La mia famiglia, di estrazione borghese, da sempre in estate prendeva la cabina al Lido, la numero 24 sul lato sinistro, il migliore dei due in quanto provvisto di una spiaggia più ampia: il concetto di spiaggia varia a secondo della sua latitudine e della sua longitudine, quindi non ci si immagini le dorate distese brasiliane o la pendant costa-grattacieli di Miami; per spiaggia ampia, a Salerno, si deve intendere un rettangolo, più o meno preciso, di fanghiglia color topo, ricoperta all’85% circa di ombrelloni, sdraio, palette di bambini chiassosi, stuoie con donne e ragazze dai sederi (nella migliore delle ipotesi) non troppo pendenti, bagnini che degli attori di “Baywatch “ hanno solo la poco pulita fedina penale. Certo che, però, in una ipotetica scala dove il sindaco della città ha la cabina numero 1, e il vice-sindaco comunista, Salvatore Forte, ha la cabina dopo il numero 30, avere la numero 24 significa occupare un buon posto nella scala sociale, in una classifica avulsa del borghesismo, ovviamente. Ma mio nonno e mia madre erano dirigenti del Comune, e potevano permetterselo; come, del resto, potevano permettersi di andare, e non di rado, a salutare il Sindaco davanti alla cabina numero 1, l’unica ad avere davanti una specie di piazzola esposta al mare al sole, artificiale “optimum” per giacere su una sdraio e godersi “ a secco” il meglio del sole e dello iodio, piazzola dove il Primo Cittadino, nelle mattinate dei più caldi sabati e domeniche estive, trasferiva di fatto la stanza comunale dei bottoni, dove assessori, consiglieri, dirigenti, collaboratori stanziavano o per dialogare con , o semplicemente per salutare, questo “amabile signore dei capelli bianchi e dagli occhiali molto vintage”. Al di là dei ricordi più personali, confusi nell’avvolgente dolcezza di uno zucchero filato chiamato infanzia, solo oggi, dopo un’adolescenza passata a sventolare bandiere rosse e salutare col pungo chiuso, e all’inizio di una maturità che mi vede spegnere con l’acqua nordoccidentale della libertà e del laicismo (verso ogni fede incrollabile) gli incendi appiccati nel passato, comincia a farsi più chiaro in me cosa abbia rappresentato, per Salerno, l’opera politica dei socialisti ed, in particolare di Vincenzo Giordano: sindaco dal 1987 al 1993, quando i sindaci non venivano eletti direttamente dal popolo e non avevano il potere che hanno oggi sul consiglio comunale, fu il primo a mettere la Democrazia Cristiana all’opposizione, con la sua giunta “Laica e di Sinistra”, guidata dai Socialisti insieme ai Comunisti e ai Verdi, retta in consiglio comunale da un solo voto in più, quello non politico di una lista civica: per rivedere un democristiano in maggioranza si è dovuto aspettare la seconda elezione di Vincenzo De Luca che, all’epoca, vedeva ancora nel Cremlino la sua guida politica. Le grandi opere, dal Trincerone alla Lungoirno, dalla Cittadella Giudiziaria alla sistemazione della Lungomare e di Corso Vittorio Emanuele, sono state progettate, iniziate ed, alcune, anche terminate, in quei sei anni in cui Salerno rappresentava un laboratorio politico per l’intera Italia. Nel resto del Paese, infatti, i socialisti di Craxi, con i Repubblicani, i Socialdemocratici e i Liberali, avevano stretto un patto di ferro con la DC, che, a parte in alcune periferie industriali del centro nord e in alcune oasi emiliane e romagnole, vedeva i comunisti stagnare all’opposizione, in compagnia, quando c’erano, di missini e radicali. Ma a Salerno no: l’”Illuminismo” di Vincenzo Giordano, Socialista e Laico con la S e L maiuscole, lo aveva portato a stringere un patto, intellettuale prima che politico, con chi condivideva con lui una gran parte degli alleli genetici del proprio DNA politico. La mannaia giustizialista, però,recise ogni garofano rosso, senza preoccuparsi minimamente su come ognuno di questi fiori avesse germogliato, in quale contesto, in quale condizioni, se da radici pregiate o esecrabili, se fosse stato innaffiato con acqua cristallina o con acqua sporca. E così Vincenzo Giordano, ed altri appartenenti alla sua Giunta, furono inquisiti, arrestati, mediaticamente lapidati, politicamente ammazzati, e poi, come altre vittime di quella stagione, obiettivamente scagionati e istituzionalmente assolti. Non siamo a qui a giudicare una stagione: lo farà la storia e lo farà con la sua infallibile e canuta obiettività. Sappiamo, però, che oggi, quando la scena politica è occupata da due formazioni, una formata da “malaffaristi”, postfascisti e ballerine, l’altra formata da un “compromesso storico bonsai” di fideisti equamente genuflettentisi davanti ai semanticamente omonimi simboli della croce di Roma e della falce e martello che fu di Mosca, oggi più che mai, si avverte la vacanza del posto occupato dai veri laici, disposti a non genuflettersi davanti a nulla se non alla Libertà, a rispettare le idee altrui e le proprie così in fondo da chiedere, come riconoscimento della propria esistenza (umana e politica), una semplice cerimonia non religiosa e la cremazione. Addio Sindaco, e se dopo ci fosse qualcosa, per te sarebbe come una semplice sdraio in legno e tela arancione da cui poter godere di un sole mai stato così caldo e di uno iodio mai stato così profumato.

Mino Reitano era un cantore del Popolo, un Popolo inteso come massa, certo, ma dotata di autoconsapevolezza e di coscienza di classe. Mino era un uomo del sud, nato a Fiumara nei pressi di Reggio Calabria, una zona agraria fra le più povere di questo rabberciato Stivale, e come tanti, giovanissimo, si era recato in Germania non per fare fortuna, ma per poter rendere meno inaccettabile la sfortuna di essere nato in una terra troppo umile per sfamare tutte le bocche che su di lei fanno affidamento. In terra straniera, Mino, insieme ai suoi fratelli (da cui il nome della band “I Fratelli Reitano”), rallegra le serate dei tanti emigranti che la sera, dopo una giornata lavorativa massacrante, trovano conforto e ristoro nei locali meno “in” di tutta la Germania Ovest: sono emigranti e frequentano i club per emigranti. Proprio in uno di questi, una sera, ad Amburgo, Mino si esibisce insieme a quattro sconosciuti e scapigliati ragazzotti inglesi: i loro nomi erano John Lennon, Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison. A questo periodo della sua vita è ispirato il cameo che Mino fa nel film di Verdone “Sono pazzo di Iris Blond” (1996), interpretando sé stesso in un club di italiani in Germania. Tornato in Italia agli inizi degli anni Sessanta, Mino inizia la sua carriera che lo vede arrivare in cima alle hit-parade, interpretando brani suoi, oppure scritti per lui dai migliori autori italiani (come Battisti-Mogol), oppure scrivendo egli stesso per altri interpreti (firma la musica di “Una ragione di più”, con testo di Franco Califano, portata al successo da Mina). Nel 1971, quando il mondo occidentale trema scosso da afflati rivoluzionari ed anche la musica diventa “politica”, “impegnata” e “di lotta”, Mino, invece, vince “Un disco per l’estate” con la canzone “Il tempo delle more”. Circa trent’anni dopo, i “rivoluzionari” diverranno manager affermati, dirigenti Telecom, baroni universitari, abili a far quadrare i conti con i tagli al personale, a gestire capitali all’estero con il sistema delle holding, scientifici nel foraggiare con denaro pubblico figli, nipoti, amici e amici degli amici. Mino, invece, inizia a costruire ad Agrate Brianza, un piccolo ranch, dove, da buon italiano del sud, cresciuto negli stenti e negli amori della campagna, ma non dimentico delle sue origini, vorrebbe vivere insieme ai suoi parenti. Circa quarant’anni dopo Mino Reitano muore ad Agrate Brianza circondato dall’affetto dei suoi parenti nel suo ranch denominato “Reitanopoli”, appunto “città dei Reitano”, un qualcosa che riesce a porsi a metà strada fra “Southfork”, il ranch dei ricchissimi Ewing della serie tv “Dallas”, e l’isola di ”Utopia” di San Tommaso Moro, concetto sociopolitico che ispirò anche Carlo Marx. Ciao Mino, abbiamo tutti “un cuore che ti amava tanto”, sia che stiamo in Germania a lavorare, o in Italia immersi nel profumo “di oleadri e di perché”, sia che siamo di “Firenze che sta là”, di “Venezia che si muove”, o dell’”eterna Roma”.